Atlas significa "atlante": può indicare un libro di mappe, ma anche Atlante, il personaggio della mitologia greca condannato a sorreggere il cielo.
Nel brano è usato in modo metaforico: la persona amata la chiama "il mio atlante", perché lei porta il peso del suo mondo e della relazione sulle proprie spalle. È una parola rara e suggestiva, legata al tema del peso emotivo e del viaggio.
In “Atlas”, Pommelien Thijs usa immagini da piccolo mito personale per raccontare una relazione portata quasi tutta sulle proprie spalle. La voce narrante ha “zand in mijn zakken” [sabbia nelle tasche] e “wind in mijn haar” [vento tra i capelli], sposta montagne, raccoglie acqua nel palmo e la porta fino al mare, come se ogni gesto d’amore fosse un’impresa enorme. L’altra persona la chiama “mijn atlas” [il mio Atlante]: il riferimento è ad Atlante, la figura mitologica condannata a reggere il cielo. Qui il senso è chiarissimo: l’altra persona appoggia il proprio mondo su di lei, “nooit andersom” [mai il contrario].
La parte più amara arriva quando l’altra persona dice che è finita, mentre lei continua a portarla “op handen” [sulle mani], un’espressione che significa trattare qualcuno con grandissima cura e ammirazione. È una frase tenera, ma in questo contesto fa anche un po’ male: lei ha dato troppo e l’altra persona si comporta “of het niks was” [come se non fosse stato niente]. Per convincersi che la relazione potesse funzionare, vende le sue cose e costruisce “huizen van karton” [case di cartone], immagini fragili e quasi assurde. Ammette di sapere che tutto era pesante, ma non di sapere che non fosse vero. Nel finale vorrebbe bruciare come un rituale le loro settimane instabili e dice che si romperebbe entrambe le gambe, se l’altra persona glielo chiedesse. È esagerato, sì, ed è proprio questo il punto: “Atlas” mostra con ironia quanto lontano può spingersi qualcuno prima di capire che una relazione non può essere sostenuta da una persona sola.